A. e l’ipocondria

Questa è la storia di una “rinascita” personale. Senza filtri e vergogne. Quella di A*, che ha vinto contro l’ipocondria. E vogliamo raccontarvela così, con le sue stesse parole. Un inno alla vita, dopo aver trovato la via d’uscita dalla quella grande e buia “scatola” dell’ipocondria. Fiere di te, A*. Che possa essere d’esempio per tanti e tante altre.

Se dovessi raccontare ora, con lucidità la mia ipocondria, mi verrebbe da immaginarla come una figura che mi è stata accanto, silente sin dalla mia infanzia. Sempre presente, ma dietro le quinte, mai da protagonista. Ma c’è sempre stata, mi osservava. Mi studiava. È venuta fuori quando l’accumulo di ciò che vivevo fuori è diventato insostenibile: i problemi con mia madre, la violenza in casa, i problemi economici. È stato lì che son crollato. E lei è venuta fuori con tutta la sua forza. Quasi come tigre che aspettava sorniona la sua preda. Ha avvolto i miei pensieri, mi ha rinchiuso in una sorta di scatola con i bordi altissimi.

Ho cercato in tutti i modi di uscirne. Credo che il mio piangere continuo fosse quasi l’estremo tentativo di salvare me stesso. Inconsciamente forse volevo riempire quella scatola di lacrime per poi raggiungere il bordo e saltare fuori. Ma non andò così. Tutto attorno a me divenne dello stesso colore. Il giorno, la notte tutto uguale. Tutti vissuti con lo stesso scandire del tempo. Quel tempo che a mio modo di vedere mi stava avvicinando sempre più alla morte. Perché l’ipocondria quando ti chiude in quella scatola quello fa. Ti fa mangiare dai tuoi pensieri irrazionali. Ho smesso di uscire, di fare sport, di avere vita sociale. In quella scatola passavo tutto il tempo a immaginare la mia fine. A costruirmi addosso ogni genere di malattia. Ed a cucirmi addosso ogni sintomo della malattia del momento. Di notte se prendevo un po’ di sonno, mi svegliavo di soprassalto per controllare se fossi ancora vivo, se potessi ancora alzarmi e camminare. E giù di lacrime.

Non ero più una persona. Ero un corpo che respingeva chiunque mi si avvicinasse per darmi conforto, che puntualmente, non appena qualcuno cercava di darmi una parola di sollievo, spostava il discorso lì. Sulle malattie, sui sintomi. Era una ricerca d’aiuto la mia, un grido silenzioso. Ma nessuno effettivamente sapeva cosa fare di concreto. Non erano di sollievo le parole, gli abbracci, le carezze. Non erano di sollievo le visite mediche che sancivano il mio ottimo stato di salute. Nulla. Il mio era un pensiero fisso. Son malato, morirò. Fine.

Ed in fondo era ciò che stavo facendo. Morire, lasciarmi morire dentro. Solo. Con un cellulare in mano alla costante ricerca dei sintomi di quella o di questa malattia che potesse alimentare la distruzione dell’ipocondria, alimentare quel maledetto circolo vizioso di brutti pensieri. Fino a quando quella sera, in giro da solo in mezzo a degli alberi con sulla spalla l’ingombrante presenza dell’ipocondria, ero pronto a farla finita. Mi vedevo penzolare appeso a quel ramo legato ad una corda. Ero pronto a farlo e non avevo paura. Perché la mia non è mai stata la paura della morte a preoccuparmi. Ma la paura della sofferenza! Quella mi terrorizzava, mi bloccava mani e polsi, mi faceva sudare e tremare freddo. Avevo sofferto troppo nella vita per errori non miei. Non volevo più rivivere alcun tipo di sofferenza, anche se non mi rendevo conto che forse quella stessa sofferenza mi aveva generato dipendenza, non potevo farne a meno. Meglio passare al lato estremo. E fu lì che ebbi un minimo sussulto, di lucidità e decisi di tornare a casa. Fu lì che decisi che dovevo far qualcosa.

Mi dovevo aiutare. E decisi di contattare quella che ora reputo la mia seconda madre. La mia psicologa. Iniziai un percorso, duro. Durissimo. Me lo dovevo. Decisi di aggrapparmi con tutta la mia forza alla mia psicologa, alle sue parole. Era la mia unica ancora di salvezza. Non è stato semplice, certo.Dopo ogni seduta tornavo a casa distrutto ed ogni seduta terminava sempre con lei che mi diceva “ce la farai, ne verrai fuori. Sta tranquillo”. A dire il vero non ci credevo tanto. Ma ci speravo. Era la mia ultima spiaggia.

Seduta dopo seduta seguivo scrupolosamente tutto ciò che mi diceva. Solo così ho iniziato ad acquistare fiducia in me stesso, a mettere ordine al mio passato, a riscrivere la mia infanzia. In questo modo ricordo di aver sentito l’ipocondria iniziare ad aver paura e a retrocedere. Perché quella seduta dalla mia psicologa diventava come una sessione di palestra per la mente. Che diventava sempre più forte. Rendendo me molto più consapevole e realista. E così sono ritornati i primi sorrisi, ho iniziato a dimenticare il sapore delle lacrime. Fu in quel momento che ho sentito che stavo mettendo all’angolo l’ipocondria per distruggerla. Non è successo ovviamente tutto di botto. Ma settimana dopo settimana. Con tutto il mio impegno e la dedizione e ovviamente il lavoro della mia psicologa Angela Verardo, che mi ridato il sorriso, la vita. Per questo ho deciso di tatuarmi addosso la data della mia prima seduta di psicoterapia, la mia seconda data di nascita… Grazie ad Angela ho sconfitto tutte le mie ansie, ho ricominciato a fare progetti.

Mi sono sposato. Oggi per me l’ipocondria è solo un ricordo. Non lo considero nemmeno più un brutto ricordo perché forse è grazie a lui che ora sono ciò che sono. Ho potuto riscrivere la mia vita. Un consiglio? Non pensate mai di essere soli, di non farcela.Vogliatevi bene, abbiate fiducia in voi stessi e prima che questo grosso male arrivi a sopraffarvi, affidatevi ad uno psicoterapeuta. Insieme a lui troverete la chiave di quella maledetta scatola e ne uscirete più forti che mai.

La luce ritorna per tutti.

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